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giovedì 5 marzo 2015

Confires 2015: la "vision" di Patrizia Geria sulla garanzia come dovrebbe essere

Apro la discussione sugli interventi a Confires 2015 con la presentazione di Patrizia Geria (Direttore generale di Neafidi), perché è stata quella più commentata dai partecipanti, come ho notato da Twitter e parlando con amici. Quali sono i punti che hanno maggiormente colpito la ragione e l'emozione dei colleghi presenti a Firenze? Vi do la mia ricostruzione dalle slide (e chiederò una video-intervista alla DG di Neafidi per approfondire). [metto i miei commenti tra parentesi quadre]


La presentazione si apre proprio con un appello alla ragione, alla responsabilità e al coraggio di cambiare punto di vista.

I confidi devono riprendere in mano le loro sorti e ritrovare la capacità di creare valore «misurabile». Questo richiede un modello di sostenibilità economica, autonomo o «di rete», che sia però strutturale e non «di emergenza», oltre a un cambiamento di prospettiva che si può riassumere così: passaggio dalla competizione alla cooperazione tra Confidi. In altre parole, la creazione di valore con un modello sostenibile è un obiettivo raggiungibile soltanto a livello di sistema.
Dal punto di vista organizzativo, il sistema confidi dovrebbe far leva (come le Banche di credito cooperativo) su soggetti centrali a livello nazionale o interregionale per svolgere funzioni vitali che è pericoloso e costoso replicare su tutti gli enti di primo livello. Deve cambiare il ruolo delle Federazioni e di Assoconfidi, da lobby a strumenti.

Riguardo all'offerta dei confidi, occorre sfruttare le potenzialità ampie in termini di imprese raggiungibili e di possibili ambiti operativi, ma è necessario crescere in termini di qualità nell’approccio (e anche sui servizi innovativi occorre collaborare). Inoltre i confidi devono diventare «più bravi», puntando su tecnologia, professionalità e specializzazioni (internazionalizzazione, etc.), non tanto per affiancare questa consulenza alla garanzia come prodotto autonomo, ma per poter concedere la garanzia su progetti che oggi non sarebbero in grado di valutare compiutamente.
Riguardo alla composizione della base associativa, e quindi della domanda, occorre differenziare i servizi offerti ai diversi segmenti del mondo PMI (credito vs. accesso ad una finanza diversa – obbligazioni ed equity). 
Il compito mutualistico per cui il confidi deve operare principalmente con imprese deboli deve essere arricchito e finalizzato: il Confidi dovrebbe essere strumento «di passaggio», per cui la breve permanenza delle imprese nei portafogli Confidi non dovrebbe essere uno stigma di debolezza, ma il passaggio verso una nuova dignità di ruolo.

La mutualità è anche il tema delle riflessioni sugli aspetti tecnici e organizzativi dei confidi e del sistema della garanzia:
  1. Tecnicamente, le garanzie devono basarsi su meccanismi di mutualità tra imprese (condivisione di rischi, ben delimitati, su portafogli e cartolarizzazioni).
  2. Il sistema deve basarsi sulla mutualità tra Confidi: raggruppamenti temporanei per progetto e contratti di rete
  3. Occorre una mutualità tra diversi Garanti, perché in un contesto di risorse scarse non può esistere una concorrenza tra garanzia pubblica e «privata» con la disintermediazione dei Confidi da parte del FCG, deve invece esistere una complementarietà e sussidiarietà tra garanti pubblici e privati, regionali, nazionali e comunitari.
Le mutualità (2) di sistema confidi e (3) di filiera della garanzia si fondano sulla (1), cioè sulle strutture tecniche di condivisione e limitazione del rischio. Occorre puntare su formule di portafoglio (di tipo tradizionale o strutturato in cartolarizzazioni o tranched cover) in modo da mettere a fattor comune nel modo più efficiente le risorse dei diversi attori, (Fondo centrale PMI, regioni, banche, confidi). [e implicitamente vedo il consiglio di uscire dalla strategia suicida delle garanzie personali senza cap Basilea-conformi, offerte sottocosto confidando nella controgaranzia del Fondo Pmi e nel continuo afflusso di risorse pubbliche a fondi rischi o a patrimonio].
Per fare con nuove strutture di portafoglio quello che per anni si è fatto con le tradizionali convenzioni sussidiarie, o con la garanzia diretta o controgaranzia sul Fondo centrale, non è banale: occorrono delle soluzioni innovative che rendano segregabili e "partecipabili" i rischi su pool di finanziamenti a breve termine, che oggi sono in molti casi la maggior parte dell'intermediato. [le banche hanno affrontato lo stesso problema per accedere al rifinanziamento della BCE portando in garanzia pacchetti di crediti a breve termine; forse per chiudere il cerchio dovremo anche adattare le forme tecniche di affidamento a breve rispetto alle prassi tradizionali del nostro Paese, affiancando le imprese nella programmazione di tesoreria].

Qual è il punto di arrivo di questo disegno di innovazione e riorganizzazione del sistema? Ha due manifestazioni:
  • un gruppo di Confidi selezionati e coordinati, che si pongano come interfaccia dell’Ente pubblico, arrivando a rappresentarne l’articolazione territoriale [quindi un modello di aggregazione e collaborazione a livello regionale], nei confronti delle imprese, dopo aver conseguito, grazie a tutte le possibili economie di scala [con forme di aggregazione e collaborazione a geometria variabile], una struttura efficiente ed un equilibrio gestionale; 
  • la definizione, in modo trasparente e con adeguati modelli quali - quantitativi, del valore – per le Banche e per le Imprese – dei diversi possibili mix di garanzie a supporto delle imprese [innovare le forme di garanzia selezionando quelle più efficienti]. Il tutto nell’ambito di un confronto tecnico con tutti gli stakeholder del sistema delle PMI.
Provo a dare la mia lettura di questa "vision" di Patrizia Geria. 
Mi piace l'idea di una riorganizzazione che parte dal basso, dalla convergenza tra i bisogni e gli interesse dei singoli confidi e di loro raggruppamenti. Non si tratta però di una speranza generica e buonista nel rimboccarsi le maniche perché le cose vadano a posto: il riassetto farà selezione (e introdurrà novità anche radicali) nei modi di proporsi alle imprese, nell'accesso alle risorse pubbliche e (last but not least) nell'ecologia del sistema confidi; alcuni saranno assorbiti, altri usciranno, altri si aggregheranno. 
I centri di gravità di questo disegno sono i programmi pubblici, in particolare quelli basati su veicoli o risorse regionali: qui implicitamente si presuppone che il sostegno pubblico rimanga un ingrediente fondamentale del sistema di garanzia del futuro [del resto oggi possiamo dire la stessa cosa di tanti altri segmenti del mercato finanziario, basta pensare agli annunci che farà oggi Mario Draghi a Cipro]. 
Il Fondo centrale deve smettere di essere l'asso pigliatutto, ma rimodularsi per diventare l'infrastruttura nazionale (quindi comune) su cui si appoggiano le filiere regionali o interregionali (che potranno differenziarsi). E a livello regionale [intuisco] non si vuole un confidi unico territoriale, ma una rete di confidi riorganizzati (e in alcuni casi, perché no, aggregati a livello regionale) che interloquisce con le regioni come un unico soggetto unito da spirito di mutualità e tensione al bene comune. 
Tutto il sistema deve passare il vaglio dei criteri di efficienza e funzionalità rispetto agli obiettivi di politica industriale e del credito alle Pmi, per cui [aggiungo] anche le Amministrazioni dovranno introdurre dei processi di rendicontazione e valutazione che premiano chi merita più di quanto si faccia oggi, dove il gioco è tutto ad acchiappare le risorse nuove che vengono stanziate.

Che bello sarebbe se le cose andassero nel senso auspicato da Patrizia Geria! La volontà e l'intelligenza per farlo ci sono, in tante parti del sistema confidi. Beninteso, il lavoro che sarebbe richiesto ai volenterosi per fare tutte le cose prospettate è semplicemente titanico. 
Nel sistema ci sono purtroppo anche tante di situazioni di debolezza conclamata, che senza essere risanate non possono entrare in nessun disegno di rilancio, perché lo farebbero affondare con il loro peso. E nella parte che non è in sofferenza, ci sono tante spinte divergenti, interne o degli stakeholder associativi. Per non parlare del rapporto con le banche, che pure hanno i loro problemi e per arrivare al paradiso del nuovo modello di collaborazione devono superare la tentazione diabolica del mors tua vita mea.
Ad ogni modo, ci sono delle idee attorno a cui organizzare quello che di buono c'è nel sistema.
E non è poco.

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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Tom: Rispetto alla prima parte dell’intervento della Dott.ssa Geria: “Dal punto di vista organizzativo, il sistema confidi dovrebbe far leva (come le Banche di credito cooperativo) su soggetti centrali a livello nazionale o interregionale per svolgere funzioni vitali che è pericoloso e costoso replicare su tutti gli enti di primo livello.”, annoto che rispetto alle funzioni di controllo (che per la maggior parte affidano esternamente alle varie Federazioni) i Crediti Cooperativi non brillano per efficacia dei controlli. Basta leggere i BolVig relativi alle sanzioni comminate. Sono curioso di vedere un outsourcer di una delle Federazioni o di Assoconfidi imporre un aumento delle rettifiche sui crediti deteriorati al CdA di un Confidi ovvero una revisione dei processi di erogazione per la raccomandazione dell’Audit (esterno). Chi ha esperienza in materia sa bene come sia diverso l’approccio dei controlli esterni rispetto a quelli interni.

Luca Erzegovesi ha detto...

@Tom: dall'esperienza trentina giudico positivamente le strutture centrali (associative, bancarie, informatiche, etc) che supportano le BCC (qui le chiamiamo ancora casse rurali). Non c'è nulla di perfetto a questo mondo, ma la moral suasion e l'apporto professionale che viene alle casse locali dà un beneficio importante. Il rapporto qualità/prezzo dei servizi ottenuti in outsourcing di solito è favorevole per le banche più piccole, ma a volte lo è per tutte.
Tutto dipende da come si fa funzionare l'idea della mutualità a tutti i livelli.

Anonimo ha detto...

@Luca: non conosco le BCC Trentine, tuttavia per esperienze personali mi trovo più vicino all'affermazione del Dottor Barbagallo che nel suo intervento evidenziava, merito alle BCC" debolezze nell’assetto dei controlli interni che, in assenza di adeguate risorse e professionalità, determinano il
disallineamento dell’attività della banca rispetto alle strategie e alle politiche aziendali e ai canoni di
sana e prudente gestione. Sempre più spesso tali disfunzioni sfociano in situazioni di dissesto."
Costa meno dare i controlli in outsourcing? Certamente si.